La gioia di fare non basta: mancano cultura e venture capital

In Italia abbiamo iniziato da poco a parlare di startup, eppure c’è un clima di entusiasmo frenetico. Ma servono anche cultura e capitali per crescere

Negli ultimi tempi di startup si parla davvero tanto. Negli Stati Uniti hanno iniziato a parlarne cinquant’anni fa, in Europa da quindici almeno; in Italia, invece, si comincia adesso a discorrere di questo argomento in maniera diffusa, un tema che coinvolge molti giovani e tanto, tantissimo, entusiasmo. E’ un fermento positivo, che rende meno pesante l’orizzonte cupo della crisi, e che anzi la cerca di combattere attraverso nuove idee, nuovi modi di fare impresa.

Horizon2020

Nel marasma di questo clima esuberante, si vedono però ancora i segni evidenti dell’età giovane del settore, che si trascina dietro la tipica ingenuità benigna di chi è alle prime armi. In sintesi mancano due cose fondamentali per far sì che l’ecosistema startup entri nella fase adulta, o per lo meno, nella tarda adolescenza: i capitali e la cultura.

Che agli startupper in Italia manchino i capitali è cosa piuttosto nota. Si dice che solo il 2-3% degli investimenti di venture capital in Europa siano italiani. E’ uno dei tasti più dolenti, ciò di cui si sente più bisogno e di cui si avverte maggiormente l’assenza. Fortunatamente, si sta già facendo qualcosa per ovviare al problema. A livello interno, abbiamo diversi politici sempre più sensibili al tema. Solo per citare alcuni provvedimenti: la legge sulla defiscalizzazione degli investimenti in startup in fase finale di approvazione o la normativa sul crowdfunding. Anche l’Europa lo sa e ci aiuta, perché il problema, in forma minore, vale anche per diversi altri paesi: è stato approvato da poco il programma Horizon2020 che verrà in soccorso proprio delle startup, le startup come le intendiamo noi, con i suoi 70 miliardi di investimenti nel periodo compreso tra il 2014 e il 2020. Le startup Europee non li hanno davvero mai visti così tanti soldi…

Che manchi invece la cultura è un tema quasi del tutto ignorato. Manca la cultura per fare una startup. C’è un affollamento di idee che inizia con un entusiasmo fortissimo, travolgente, ma che poi quasi sempre si spegne per poca praticità nello sviluppo dell’idea stessa. Si parte di corsa con entusiasmo, ma poi ci si affanna e si sbagliano i passi successivi. Pochi cercano advisor con esperienza; pochi creano il giusto network perché hanno ancora paura della condivisione e del confronto; non si pianifica uno sviluppo coerente e a lungo termine della propria intuizione. C’è la voglia di fare, di più, c’è la gioia di fare, anche facendo grandi sacrifici. E’ la metodologia in sé che spesso manca o è superficiale. In una startup è necessario ragionare contemporaneamente su finanza e planning, su rischio per l’investitore e scalabilità del business, altrimenti non ci potrà essere lo sviluppo dell’idea. Ma in quanti lo fanno davvero?

Ora vediamo… arriveranno i capitali… perché poi, se la normativa favorevole non dovesse bastare, l’entusiasmo si porta comunque dietro gli investimenti dei privati, dei business angels (vedere ad esempio il caso di Berlino). Ma il cambiamento culturale terrà il passo? Credo di sì. Siamo italiani, sappiamo fare questo e altro!