EOS: fu vera gloria? Come fare un’exit perfetta

Spinelli, ex CEO di EOS: “Sono deluso dall’Italia, ma non mollo”. I principali clienti delle nostre startup dovrebbero essere le nostre imprese, perché ciò non accade?

Fuggetta

Alcuni giorni fa, la società americana Clovis ha acquisito la startup italiana EOS per la straordinaria cifra di 400 Milioni di Dollari. Tutti i commenti a questa acquisizione si sono concentrati su alcuni aspetti che certamente non possono che destare soddisfazione. In primo luogo, questa acquisizione è indubbiamente il segnale di un mondo della ricerca in Italia che è tutt’altro che scomparso o in crisi. In secondo luogo, indubbiamente una acquisizione di dimensioni così significative premia le capacità scientifiche e manageriali dei professionisti che hanno dato origine ad EOS. In generale, i commenti hanno avuto nella quasi totalità un accento positivo e carico di soddisfazione per un evento che, senza dubbio, costituisce un successo imprenditoriale di grande rilievo e valore: EOS è la riprova che ha senso ed è importante investire nelle startup.

Penso però sia opportuno andare un po’ oltre l’entusiasmo del momento e il caso specifico per cercare di ragionare sul senso di questo evento in relazione a quelli che sono i problemi del paese e alle azioni che sono quindi necessarie per cercare di rilanciare quella che tutti chiamano “una prospettiva di crescita”. In altre parole, la cessione di EOS ad una società americana “fu vera gloria”? È veramente un successo a tutto tondo del quale rallegrarsi “senza se e senza ma”?

La domanda è ovviamente provocatoria e vorrei subito dire che la risposta è “per alcuni aspetti certamente si, assolutamente”. Tuttavia, lo stesso fondatore di EOS non ha celato la sua delusione per come il paese nel suo complesso opera in questo settore, e in particolare per le vicende che in Italia hanno coinvolto EOS (“Sono deluso dall’Italia, ma non mollo”). Condivido tale delusione che credo si basi su una analisi complessiva dello scenario italiano, oltre e al di là del successo “individuale” di EOS.

Qual è la funzione delle startup? Perché il paese, società civile e la politica devono investire nella loro promozione e nel loro sviluppo? Sintetizzando, credo che si possano individuare due macro-motivazioni di fondo legate sia alla promozione dell’innovazione che dell’imprenditorialità:

‣  Motivazioni intrinseche. Le startup servono per portare sul mercato il risultato di una ricerca di successo (passare quindi dalla ricerca alla innovazione, vera) e per valorizzare le competenze manageriali e imprenditoriali dei protagonisti di tale  successo.

‣  Motivazioni sistemiche. Le startup servono per creare un ecosistema dell’innovazione che attrae talenti e innesca un effetto moltiplicativo sul territorio: il giovane di talento va là dove vede che ci sono competenze, storie di successo, servizi e risorse per sostenere le proprie ambizioni e i propri sogni. Inoltre, l’acquisizione di startup è il veicolo attraverso il quale le grandi aziende incorporano al loro interno innovazioni che le rendono più competitive sui mercati internazionali.

Mi pare che in Italia ci siamo molto soffermati sul primo punto, anche sull’onda della più che legittima preoccupazione destata dalla gravissima disoccupazione giovanile, dalla crisi delle imprese tradizionali, e da una emigrazione (o fuga) di cervelli che, lungi dall’essere compensata da equivalenti flussi in ingresso, si sta traducendo in progressivo depauperamento della nostra società. Stiamo formando giovani di valore che poi “regaliamo” alle imprese europee, americane e persino asiatiche. Le startup sono quindi senza dubbio una risposta a questo bisogno ineludibile e “intrinseco” di aiutare i nostri giovani ad avere uno sbocco imprenditoriale e professionale.

Ma se guardiamo alle realtà di successo in USA e negli altri paesi dove le startup hanno il maggiore sviluppo, ci accorgiamo che le motivazioni sistemiche sono ancora più importanti e cruciali di quelle intrinseche per lo sviluppo complessivo di lungo periodo del paese.

La strategia di exit di una startup è vitale. Poche di esse rimangono società indipendenti in quanto vengono per lo più acquisite da società più grandi. Colossi come IBM, Microsoft, Apple, Facebook (per parlare del settore più vicino alle mie competenze) fanno a gara nell’acquisire startup innovative. Queste acquisizioni permettono loro di rafforzarsi, arricchendo la propria offerta di prodotti e servizi, o anche incrementando il patrimonio di brevetti e IP in proprio possesso. Le startup, quindi, sono un veicolo essenziale per rafforzare l’impresa esistente, permettendole di crescere e divenire più competitiva. Non per niente, si sono creati cluster o “punti di accumulazione” sul territorio dove si concentrano università, startup, venture capital, imprese. È questo il profilo che contraddistingue aree come Boston, Silicon Valley, Austin o lo stesso Israele. E non è per nulla casuale che lo stesso fondatore di EOS, parlando delle aziende italiane che non hanno voluto investire nella sua società dice che “si staranno mangiando le mani”: hanno lasciato alla concorrenza un “bocconcino prelibato”, nato in Italia e che permetterà all’azienda americana di essere nel lungo periodo molto più competitiva delle nostre.

In Italia la consapevolezza che le startup devono giocare questo ruolo sistemico è assolutamente carente, se non del tutto mancante. Ci preoccupiamo moltissimo della creazione delle startup (fatto sicuramente importante), ma ci preoccupiamo molto meno di come gestire l’exit e, soprattutto, di come far si che si manifesti quell’effetto sistemico che è l’unico in grado di dare un reale contributo di ampio respiro al paese. Che fare quindi?

Certamente dobbiamo continuare a sostenere la nascita di startup, peraltro prestando grande attenzione a fenomeni distorsivi che nel nostro paese sono sempre in agguato. Ma dobbiamo soprattutto operare per spiegare che i principali “clienti” del mondo delle startup devono essere le nostre imprese, quelle esistenti. Queste devono essere le prime ad essere interessate nell’acquisizioni di startup. Per questo devono attrezzarsi sia sul fronte culturale che imprenditoriale e finanziario per essere un player essenziale nel processo di exit. Altrimenti, il rischio è che avremo tante belle esperienze di successo che “regaleremo” ai nostri competitor internazionali.

E non si dica che ci sono le “regole del mercato” e che quindi “non si può interferire” con questi processi. Tutti i paesi “interferiscono”: il punto è farlo bene e in un’ottica di crescita e non pseudo-assistenziale. Non si tratta infatti di creare una industria di Stato o un shareholder pubblico che supplisca alle debolezze dell’imprenditoria privata. Si tratta invece di fare cultura, spiegare, creare occasioni e strumenti imprenditoriali innovativi che accrescano consapevolezza e capacità del mondo privato di accompagnare e valorizzare il nascente movimento delle startup. Dobbiamo aiutare le imprese italiane a investire nelle startup di successo. È un bisogno ineludibile del paese ed è una condizione essenziale per andare incontro concretamente, realisticamente e in modo lungimirante alle aspirazioni e ai bisogni che tanti giovani manifestano nel loro guardare con speranza e entusiasmo al fenomeno startup.