50 mila posti di lavoro: caro Renzi, ti interessa?

Quale sarebbe un vero JOBS Act? Due proposte per ridurre la disoccupazione e aumentare l’impatto delle startup: più soldi e programmi di accelerazione

Jobs Act

La disoccupazione. Cipputi non esiste più, banche e assicurazioni sono piene di esuberi, i negozi chiudono e i disoccupati in Italia fra i venticinque e i trentacinque anni sono quasi un milione. Molti di loro potrebbero diventare imprenditori: secondo Italia Startup, gli aspiranti imprenditori sono almeno 300 mila ma l’80% non ci prova nemmeno per mancanza di soldi.

Vado in giro da anni a parlare di startup nelle Università e nelle scuole e posso giurare che, quando racconto agli studenti come si fa impresa e quali traguardi si possono raggiungere, vedo i loro occhi brillare; quando porto con me qualche startupper che ho finanziato, i ragazzi si sbucciano le mani a forza di applaudire: date loro una leva e solleveranno il mondo.

Si discute di Jobs Act; ricordiamoci che l’espressione ripropone l’acronimo di una legge americana in favore delle piccole imprese, intitolata Jumpstart Our Business Startups Act (JOBS Act), e comportiamoci di conseguenza: pensiamo alle startup, alle misure che il Governo potrebbe varare spendendo il meno possibile, per favorire la creazione di nuova occupazione qualificata e durevole in aziende di nuova o recente costituzione con un contenuto importante di tecnologia e innovazione.

Avrei un paio di idee: soldi e accelerazione.

Soldi. Per assicurare il kick off di un’idea imprenditoriale servono in media duecentomila euro: in una startup di servizi bastano a pagare il conto del supermercato a quattro-cinque persone per due anni; in una startup manifatturiera finiscono prima, ma possono finanziare scorte e impianto pilota, nessuna banca lo farebbe. Gli strumenti offerti dalla nuova programmazione comunitaria sono numerosi e poco costosi per lo Stato: con quattro-cinquecento milioni di euro messi dallo Stato se ne possono investire tre-quattro volte tanti facendo leva sui fondi della Comunità Europea, finanziare diecimila startup e dare un’opportunità di lavoro, e non un lavoro qualunque, a più o meno 50 mila persone.

L’esperienza l’abbiamo già fatta, è quella del Fondo HT della Presidenza del Consiglio: 160 milioni di euro destinati a investimenti di taglia media piuttosto elevata, di solito oltre il milione, in startup digitali del Mezzogiorno, gestiti da fondi privati che hanno messo la metà dei soldi, con criteri di best practice, scrupolosa selezione dei progetti e ed elevata capacità di governance dell’investimento. Come ogni prima esperienza, anche quella del Fondo HT è migliorabile, anche tanto, ma ha avuto il merito di stimolare nel Mezzogiorno lo spirito imprenditoriale e il trasferimento tecnologico, i due X-factor della crescita reale di un Paese moderno.

Ciò che forse ha limitato il potenziale del Fondo HT, un’esperienza che ho vissuto in prima persona, è stata l’ambizione di generare rendimenti elevati, in linea con quelli tipici delle operazioni di venture capital, indotta dal fatto di co-investire fondi propri o raccolti in proprio. Quest’ambizione ha fatto scartare ai gestori operazioni che potevano avere un senso da un punto di vista imprenditoriale, ma che non esprimevano quel potenziale di crescita tipicamente ricercato da un fondo di investimento.

Fare investimenti di taglia inferiore, fino a duecentomila euro per operazione, selezionati e gestiti da investitori professionali senza co-investimento, darebbe l’opportunità a tante proposte che i fondi tipicamente scartano perché troppo acerbe o perché a basso potenziale, ad esempio i makers; contribuirebbe a creare una classe di lavoratori con abilità spendibili nel mondo, che le aziende farebbero a gara per tenere, piuttosto che licenziare, potrebbe attrarre investitori italiani e stranieri disponibili a finanziare lo sviluppo di quelle più promettenti.

Accelerazione. Nella mia esperienza, oltre la metà delle operazioni che un investitore analizza sono scartate per l’inadeguatezza del team proponente. Talvolta si tratta di persone che hanno un sogno, ma vivono su un altro pianeta, ai quali nessuno affiderebbe il proprio denaro, nemmeno in custodia; talaltra è gente in gamba, ma senza esperienza, almeno senza l’esperienza giusta.

Vivo a Napoli e giro il Paese, soprattutto a Sud, e ho visto con i miei occhi che l’Italia è piena di questa gente in gamba, giovani e meno giovani, con buone idee o con una tecnologia robusta, e con tanta voglia di fare. Bisogna dare una mano a questa gente a trasformare un’idea o un progetto in un’impresa, accelerare il loro percorso verso il mercato, fornire agli aspiranti imprenditori senza track record una cassetta degli attrezzi che contenga un business plan costruito con l’aiuto di un professionista serio, rudimenti di amministrazione e gestione delle risorse umane, fondamentali di finanza, marketing e gestione della proprietà intellettuale.

A Napoli abbiamo lanciato Tech Hub, con il Banco di Napoli, la Federico II e la Camera di Commercio, che sfornerà trenta startup all’anno, erogando, alle migliori, contributi per un totale di mezzo milione all’anno, ma ci sono tanti altri percorsi che funzionano, a Milano, a Roma, nel nord est, spesso senza un euro, ma funzionano.

Sono percorsi che costano pochissimo, assolutamente fuori dalle logiche e dai pasticci della formazione finanziata, gestiti da professionisti della creazione d’impresa spesso con spirito “evangelico”. Dove incrociano istituzioni “illuminate”, come è avvenuto a Napoli, diventano sostenibili e sono una grande fonte di opportunità.

Accelerazione e seed money possono creare imprenditori abili e innovatori e generare occupazione qualificata e sostenibile. Costerebbero poco e potrebbero cambiare la faccia e il futuro del Paese.