Umanisti, il vero motore dell’innovazione

E’ solo da competenze scientifiche che nasce l’innovazione? La visione dell’umanista è fondamentale: è l’unico che mette al centro il comportamento umano, che è poi la base del mercato

Pratesi

“Se un economista muore e si è comportato bene in vita, rinasce fisico. Se si è comportato male, rinasce sociologo”. Questa barzelletta che gira negli ambienti accademici  spiega bene qual è, nella percezione di chi fa ricerca,  la gerarchia delle discipline. In alto ci sono le cosiddette scienze “dure” come la fisica e la matematica, tallonate dall’ingegneria. A metà c’è l’economia e in basso le scienze umane più “soft”, come la sociologie e le lettere. E anche quando si parla di innovazione si tende in genere ad  adottare la stessa classifica. Prova ne è che sempre più spesso si sente parlare della carenza di talenti nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria  e della matematica, le cosiddette STEM (dalle iniziali inglesi di queste discipline), quasi ad intendere che è quella la principale risorsa critica per lo sviluppo. Ma è giusto?

E’ solo da queste competenze che nasce il processo di innovazione?

Probabilmente no, o comunque non sempre. Secondo la Ideo, una delle più accreditate società di consulenza nell’ambito del design (tra i suoi successi c’è il mouse dell’Apple), i progetti funzionano bene solo quando si riescono a conciliare  prospettive diverse. E quella che serve di più, perlomeno all’inizio di un percorso di sviluppo, è la visione dell’umanista, meglio se antropologo: l’unico che mette sempre al centro il comportamento umano, che è poi alla base del mercato. Il resto viene dopo.

Un buon esempio è lo spazzolino da denti per bambini che Ideo ha sviluppato per Oral B. Sembrava impossibile innovare in una categoria così banale. Eppure, è bastato  studiare da vicino come i bambini si lavano i denti, per scoprire che loro impugnano lo spazzolino in modo diverso dagli adulti (stingendolo in pugno e non tenendolo tra le dita) e quindi il nuovo prodotto doveva prevedere un  manico  più grosso di quelli degli adulti, e non più piccolo come intuitivamente si era fatto fino ad allora. Questa fu l’indicazione data agli ingegneri e ai designer che poi svilupparono uno spazzolino di grande successo (oggi tutti i concorrenti hanno adottato la stessa forma). A valle del lavoro di antropologi e ingegneri va poi aggiunto il ruolo degli economisti, che essendo competenti su come impostare i processi e le decisioni aziendali per assecondare le dinamiche del mercato, possono suggerire come progettare l’offerta più competitiva. Senza le  loro capacità è difficile definire  il comportamento di acquisto dei consumatori, prevedere le vendite, progettare una comunicazione e una distribuzione adeguate,  o cercare e trattenere in azienda i migliori talenti. In altre parole: senza le formule dell’economia, che consentono di inventare un nuovo modello di business, può esserci creatività e invenzione, ma non certo vera innovazione.

Quindi, invece di limitarsi a cercare di sfornare più scienziati o ingegneri, occorrerebbe investire sulla formazione di menti capaci di pensare da un lato in modo critico e creativo, e dall’altro in grado di elaborare, sintetizzare e comunicare le informazioni in modo efficace. Solo così sarà possibile far nascere, dentro e fuori le aziende, quei gruppi multidisciplinari che sono alla base dello sviluppo delle grandi imprese e delle startup.