Il fenomeno delle startup è più importante dell’Ilva di Taranto?

Dell’Ilva si parla in sedi istituzionali, mentre le startup sembrano un fenomeno marginale. In un’Italia il cui indice di innovazione è tra gli ultimi in Europa, in cosa conviene investire?

Pietrabissa

Qualche giorno fa ho sentito questa affermazione: “Il fenomeno delle startup è più importante dell’Ilva di Taranto”. E’ stata una provocazione fatta durante una riunione nella quale si discuteva delle startup in Italia anche a seguito del decreto Restart Italia. E come tale è stata presa: una provocazione.  Giusto per dire che per l’Ilva si discute nei governi che si susseguono, si legge sui giornali e in TV, si cerca una soluzione per garantire i posti di lavoro, l’indotto economico e industriale nel tentativo di salvarla cercando anche di garantire la qualità ambientale e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini. Delle startup invece si parla nei salotti come di un fenomeno marginale per investitori coraggiosi e esterofili.  Roba da universitari o da innovatori ribelli.

Ma c’è del vero dietro questa provocazione? Il fenomeno delle startup è davvero più importante dell’Ilva di Taranto? Dipende.

L’Ilva di Taranto ha un fatturato ben maggiore delle startup italiane prese insieme, occupa molte più persone e dà da mangiare a molte famiglie, è strategica per l’industria italiana e per Taranto. Rappresenta anche un pezzo della storia industriale del Paese.

Ma se parliamo di innovazione e di futuro tecnologico, di competitività?

L’Innovation Union Scoreboard 2013 (il documento completo è al sito http://ec.europa.eu/enterprise/policies/innovation/files/ius-2013_en.pdf) riporta ancora l’Italia come il primo dei paesi innovatori moderati, terzo gruppo in ordine di capacità di innovazione, quindi di indice di competitività. Tutti i nostri competitor europei sono davanti a noi, Finlandia, Danimarca, Germania e Svezia, che sono i leader, hanno un indice di innovazione doppio del nostro. Ma anche Francia, Regno Unito, Olanda, Austria e Irlanda ci superano e solo la Spagna e il Portogallo sono subito dietro.

Molti non sanno come è composto l’indice di innovazione. Si tratta di un indice al quale concorrono 3 principali tipi di indicatori (i fattori abilitanti, l’attività delle imprese e i risultati) suddivisi in 8 ambiti di innovazione che raggruppano complessivamente 25 differenti indicatori. La composizione di questi 25 determina l’indice di innovazione. Se cerchiamo come contribuisce l’Ilva di Taranto ai diversi indicatori è evidente che non è il tipo di industria considerata innovativa. Infatti tra gli indicatori troviamo: i laureati e i dottori di ricerca e quindi gli addetti ad elevato tasso di conoscenza, gli investimenti di venture capital, il deposito di brevetti PCT.  All’Ilva la maggioranza dei lavoratori sono operai, non ci sono investimenti di VC, non si trovano brevetti PCT negli ultimi 15 anni.

Per le startup è l’opposto. Gli addetti sono quasi tutti laureati e molti hanno il dottorato di ricerca, spesso in discipline scientifiche o tecnologiche. Moltissime startup hanno almeno un brevetto PCT, depositano marchi comunitari, sono il naturale ambito di investimento dei VC. Ma ancora, collaborano con le università, investono percentuali elevate del budget in ricerca e sviluppo, sono nel mercato della media o alta tecnologia.

Allora non è del tutto sbagliato considerare la strada delle startup come la più promettente per ridare speranza all’innovazione industriale del Paese. Occorre però investire di più e favorire la costituzione, la capitalizzazione e la crescita delle newcompany con leggi e regole da Paese che vuol crescere, non da Paese burocratico e esoso.

Un ultimo dato.  Se leggete l’International Comparative Performance of the UK Research Base 2013 a pagina 90 trovate il numero di startup e spin-off nel 2011 per milione di dollari investiti in ricerca e sviluppo nel Paese di riferimento. L’Italia è in testa davanti, nell’ordine, a Gran Bretagna, Spagna, Canada, USA e Danimarca.  Quindi ci proviamo a fare queste startup, più degli altri a parità di risorse e certamente le Università da noi si stanno impegnando. I risultati sono però ancora scarsi. Forse dovremmo valutare se risanare l’Ilva, cosa certamente importante, è sufficiente per rilanciare il Paese.