Sharing is daring

“Non condivido l’idea sennò me la rubano”. A volte capita ed è quasi impossibile fare causa, ma spesso la condivisione porta al miglioramento. Con 5 startup alle spalle in 11 anni e 2 exit, Selene Biffi racconta la sua esperienza

Selene Biffi
Dopo aver letto un post, oggi torno alla fatidica frase, secondo molti fin troppo radicata nella mentalità di tanti ragazzi italiani, del “non racconto la mia idea perché me la rubano“.
L’ambito, lo avrete capito, è quello delle startup, anche se può valere in quasi tutti i contesti. 
Bene, si critica spesso chi non vuole condividere idee, dicendo che il motivo è, in realtà, il fatto che l’idea non sia nulla di nuovo, nulla con un potenziale unico, nulla che valga davvero la pena realizzare, tanto meno investirci. Insomma, tanto mistero per nulla. Uno, come si sente spesso ripetere, dovrebbe parlarne il più possibile, frequentare concorsi, pitch competition, business plan competition e chi più ne ha più ne metta. Perché, come si dice nel settore, la differenza la fa l'”execution” e quello che si porta dietro in eventuali termini di team, finanziamenti e tecnologia, dato che in fin dei conti tutti possono avere un’idea, ma non tutti si mettono necessariamente a realizzarla.
Posso anche essere d’accordo con il concetto di fondo, ma fino ad un certo punto: io NON condivido idee prima di avere ALMENO un pilota mio. Sono sempre stata veloce nelle execution e con dei buoni risultati (5 startup alle spalle in 11 anni e 2 exit, 45 premi a livello internazionale, investimenti da ONU, Unione Europea, Starbucks e Google, tra gli altri). Di idee, me ne hanno rubate tante, quindi non posso dire che fossero proprio banali se te le copiano ministeri – per non parlare di aziende e fondazioni – dopo aver vinto regolari concorsi o bandi per ulteriori finanziamenti. Sono due, in genere, le cose che regolarmente venivano cambiate: il nome del progetto e il nome del proponente/referente, e fargli causa è praticamente impossibile.
Credo che condividere può sicuramente portare al miglioramento dell’idea grazie ad input esterni, trovare nuovi partner e team members; non tutti hanno la voglia o la determinazione di farsi una startup loro, o la possibilità di lasciare un lavoro per fare un salto nel buio, o il desiderio di ipotecare un po’ tutto per un sogno, specialmente in tempi come questi. E poi diciamocelo, un’idea utile è utile un po’ per tutti.
Siamo anche in Italia però, e non devo certo venirvi a raccontare io come funzionano le cose: di innovazione, di questi tempi, non è che delle startup se ne veda poi tantissime (lo ammetto, continuo a bazzicare concorsi, pitch competition e simili, anche se come giuria negli ultimi anni), specialmente in quelle a vocazione sociale, il mio settore di interesse e di intervento. Se poi uniamo fondi difficili da reperire, track record lunghi da costruirsi, nomi famosi quasi impossibili da convincere a salire a bordo e tutto il resto, è facile capire come sia “preferibile” prendere le idee degli altri e farne dei copycat – tanto hanno già avuto successo – o perché no, arrivare prima all’execution dell’idea che qualcun’altro vi ha presentato per vantarne la paternità, con metà del lavoro già fatto e con tutto quello che ne deriva.  E’ un arte anche questa, certo. Un’arte che, in tutta onestà, lascio ad altri però.
Preferisco le sfide, quelle vere, anche se a volte non sono alla pari, e avventurarmi su strade diverse dalle solite, con un percorso imprevedibile, con dubbi e ostacoli da superare, momenti critici e ripensamenti. Vuoi mettere infatti, arrivare in fondo e, con il tuo team, rendersi conto di aver fatto una cosa mai tentata prima?
Selene Biffi

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