Altro che Silicon Valley, noi scopriamo Singapore

Capitali e grandi multinazionali, ma anche povertà: questa è la città-stato asiatica che punta a diventare il primo centro globale dell’innovazione. E ci sta già riuscendo

Singapore

Prima puntata del diario dello study tour a Singapore organizzato da InnovAction Lab. Partecipano Carlo Alberto Pratesi, Roberto Magnifico e il team di Leevia

Immaginate di mettere insieme i grattaceli di Dubai con la pulizia di Ginevra, il clima di Mumbai e una densità di miliardari addirittura superiore a quella di Montecarlo. Vi sarete fatti un’idea approssimativa di quello che è Singapore. Siamo arrivati ieri sera. Nel team oltre a me, Roberto Magnifico e i ragazzi di Leevia (Diego Durante, Francesco Mancino e Piero Borgo, ndr), la startup di crowdfunding filantropico che ha vinto l’edizione 2013 di InnovAction Lab: tutti interessati a capire meglio il segreto del successo di questa sorprendente  città-stato dell’estremo oriente.

Come è possibile che in meno di cinquanta anni (prima del  1965 la città, fondata dall’inglese Sir Stamford Raffles,  era semplicemente un pezzo della Malesia) è riuscita a passare dal terzo mondo ai vertici delle classifiche internazionali, diventando una delle leggendarie tigri d’oriente?

Parlando con Raffaella Orsini, segretario generale della camera di commercio italiana, abbiamo scoperto che nei suoi primi decenni di vita l’obiettivo della Repubblica, il cui governo negli anni, grazie anche ad un approccio piuttosto dirigista, ha mantenuto una sostanziale stabilità, era quello di attirare capitali e investimenti dall’estero, offrendo alle multinazionali una base sicura (sotto tutti i punti di vista) dalla quale accedere ai mercati asiatici e sostanziosi sgravi fiscali. La formula sembra aver funzionato, infatti negli anni sono arrivate tutte le più grandi aziende globali, facendo di Singapore il quarto centro finanziario e uno dei primissimi scali commerciali del mondo.

La metà della popolazione (circa cinque milioni) è composta da stranieri, buona parte dei quali expatriates, ossia manager e dirigenti che per lavoro vivono qui qualche anno. I più giovani, quelli arrivati dall’occidente dopo la crisi economica del 2008, spesso decidono di trattenersi molto più a lungo, stabilizzando nel paese la propria famiglia. Tutto ciò ha generato uno sviluppo economico impetuoso (anche nell’ultimo anno attorno al 4%) e un livello di prezzi (specialmente delle case) drogato dai lauti stipendi. Prova ne è che proprio in questi giorni Singapore ha ufficialmente superato Tokyo come città più cara del mondo.

Certamente tutto questo ha un costo sociale: i lavoratori indiani, pakistani o del Bangladesh, quelli  che lavorano nei cantieri edili e garantiscono con i loro bassi salari un livello di servizio eccellente per le famiglie più benestanti, non hanno gli stessi diritti che avrebbero nei paesi occidentali. E anche la sicurezza totale che si respira ovunque è frutto di una meticolosa sorveglianza (le telecamere sono dappertutto, compreso negli ascensori) e un sistema penale piuttosto rigido.

Per non arrestare la crescita, che non può più basarsi solo sull’ospitalità alle aziende straniere, Singapore da 10 anni ha varato una nuova strategia che – mettendo a sistema università, ricerca e industria –  la sta facendo diventare il primo centro globale dell’innovazione. Infatti, oltre ai capitali oggi arrivano dall’estero cervelli e talenti, spingendo i migliori operatori nel campo della formazione e della ricerca ad aprire qui i loro campus e i più moderni laboratori. Un modello di ecosistema che funziona così bene da essere considerato benchmark da molti altri paesi emergenti (Qatar in primis).

Ora l’obiettivo di fondo è fare in modo che a Singapore nascano anche startup innovative, replicando per certi versi un percorso analogo a quello intrapreso con successo da Israele. In questa ottica, quello che finora sembra mancare è la necessaria attitudine imprenditoriale che per motivi culturali (gli orientali tendono ad essere conservatori) ed economici (il benessere e il reddito garantito riducono inevitabilmente la propensione al rischio) è ancora  troppo basso.

Ma si può imparare ad essere imprenditori? Lo abbiamo chiesto a Henrich Greve direttore del dipartimento entrepreneurship di INSEAD, la super blasonata business school internazionale che dal 2000 ha aperto qui il suo secondo campus (il quartier generale è a Fontainebleau in Francia e l’altra sede è Abu Dhabi).

«L’attitudine imprenditoriale è innata – ci ha spiegato – ma quello che noi possiamo insegnare agli studenti dell’MBA (master in business administration) è come diventare imprenditori di successo. Del resto, gli autodidatti se spesso diventano startupper seriali, è anche perché il più delle volte non riescono a progettare la formula vincente del loro business. Chi l’ha trovata (vedi Zuckerberg) si guarda bene dall’abbandonarla». INSEAD per dare ai suoi studenti le competenze necessarie per fallire il meno possibile offre oltre 20 diversi corsi specifici sull’imprenditorialità: da “new business venture” a “corporate entrepreneurship” , da “social innovation” a “building business in Russia”, oltre a un percorso di affiancamento ai potenziali startupper che comprende i boot camp del fine settimana, le venture competition in simultanea tra Singapore e Fontainebleau e la rete dei mentor costituita da imprenditori di successo ed ex alumni della business school. Pare che i risultati siano stati buoni, almeno a giudicare dal numero di startup nate durante i corsi che sono arrivate fino all’IPO.

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