Come centuplicare il reddito di un Paese. Lezioni da Singapore

Puntare all’istruzione, alla ricerca, all’innovazione e all’internazionalizzazione: tutte le strategie che hanno fatto di Singapore un Paese ricco e sviluppato

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Seconda puntata del diario dello study tour a Singapore organizzato da InnovAction Lab. Partecipano Carlo Alberto Pratesi, Roberto Magnifico e il team di Leevia

Open talent strategy“: così ha definito la nuova politica industriale di Singapore, Lim Chuan Poh, presidente di A*Star la potente agenzia governativa per la scienza, la tecnologia e la ricerca. Lo abbiamo intervistato in occasione di un evento organizzato dalla camera di commercio italiana per conto della Menarini (la più grande bio-farmaceutica italiana, che ha acquisito nel novembre 2011 la Invida, un’azienda di distribuzione di prodotti biomedicali presente in tutto il sud-est asiatico).

La strategia di attrazione dei talenti da tutto il mondo è quella che serve a Singapore per difendere il suo vantaggio competitivo. «Siamo un paese piccolo, con pochi abitanti e nessuna risorsa naturale – ha spiegato Lim Chuan Poh – le nostre uniche speranze di sopravvivenza dipendono dalla capacità di reinventare costantemente il nostro modello di sviluppo». 

Anni fa Singapore aveva una leadership indiscussa nel manufacturing dell’elettronica, in particolare nella produzione di unità di memoria (la metà dei data storage device venivano fabbricati qui). Ma ci si è presto resi conto che questi prodotti sarebbero diventati nel tempo semplici commodity. Quindi, per mantenere un vantaggio competitivo bisognava cambiare policy. Per competere con i giganti emergenti, come Cina e India che hanno a disposizione mercati e risorse sterminate, occorreva puntare velocemente sull’istruzione, la ricerca e l’innovazione, per restare sempre un passo davanti a tutti gli altri. L’investimento è iniziato pesantemente nella prima metà degli anni novanta con due miliardi di dollari per creare, praticamente dal nulla, strutture, laboratori e competenze, creando la National Research Foundation, il nostro CNR. 

 

«Ovviamente non è stato facile ripartire da zero, ma l’aspetto positivo del nostro governo è che quando si decide qualcosa non ci si ferma prima di aver portato a termine il progetto». Dal 2000 si è deciso che l’indirizzo prevalente da dare alla ricerca sarebbe stato quello relativo al settore bio-medicale. «Ci eravamo accorti che in Silicon Valley era iniziato questo nuovo trend e noi non volevamo essere da meno, anche perché non vedevamo molte alternative altrettanto profittevoli e in grado di creare valore e posizionare Singapore ai vertici del panorama mondiale». 

Nei primi anni si è continuato ad investire solo sulle competenze, attirando ricercatori e PhD da tutto il mondo ma già a partire dal 2005  si è deciso di valorizzare l’impatto economico della scienza. Poteva sembrare una sfida impossibile e invece dopo meno di dieci anni la “biomedical science initiative” è il pilastro dell’economia principale superando persino quello dell’elettronica in termini di valore aggiunto. Push and produce the results” è da sempre il motto del governo.

Anche i ricercatori italiani sono passati in pochi anni da 5 a 60, sebbene il nostro paese sia ancora sotto rappresentato (considerato che oltre il 40% dei cervelli a Singapore non è nato qui).

 

Secondo Lim è in Asia che oggi si trovano le migliori opportunità di business per l’Italia, e questo per diversi motivi. Intanto è bene sapere che gli investimenti in ricerca e sviluppo dei primi 10 paesi asiatici hanno appena superato la spesa degli USA (l’Europa era stata sorpassata già otto anni fa). Poi va detto che nel continente sta nascendo una nuova classe media con capacità di spesa ed esigenze diverse rispetto al resto del mondo. Infine, da queste parti non mancano i grandi investimenti governativi (che in occidente scarseggiano un po’ ovunque).  E rispetto ai concorrenti sud-est asiatici, cosa rende Singapore unica? «Non avendo una domanda interna come ha per esempio la Corea del Sud, siamo abituati a produrre beni e servizi per il mercato globale e quindi abbiamo sviluppato un approccio multi-culturale e multi-etnico alla ricerca e sviluppo. E rispetto alla Cina siamo ancora molto avanti in termini di competenze scientifiche». L’internazionalizzazione è di fatto una parte integrante e fondamentale della strategia di crescita e attrazione dei talenti.

 

«Dovendo scegliere una sola metrica, come misurereste il successo della vostra strategia economica?», ha chiesto Roberto Magnifico. «C’è un dato che a noi interessa più di tutti: il numero di posti di lavoro qualificati che riusciamo a creare. Sappiamo che la disoccupazione è il principale problema di molti paesi, ma siamo altrettanto certi che a noi non servono posti di lavoro di qualunque tipo. Noi dobbiamo puntare sull’eccellenza altrimenti saremo schiacciati. Ecco perché cerchiamo di essere il paese più business and research friendly del mondo».  Ed è anche per questo motivo che il settore pubblico ha deciso di abbracciare il modello dell’open innovationNel 1965 il paese appena acquistata l’indipendenza si impegnò a portare il suo reddito pro-capite dai 500 dollari a un livello comparabile con quello dei paesi più sviluppati. Oggi è 100 volte più alto ($50.000).

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