Un edificio e dieci laboratori di università diverse: ecco come si fa ricerca

Aprire un’azienda in 24 ore e grandi investimenti in ricerca: così Singapore è diventata un punto di riferimento per l’innovazione e gli affari mondiali

IMG_0553

Quarta puntata del diario dello study tour a Singapore organizzato da InnovAction Lab. Partecipano Carlo Alberto Pratesi, Roberto Magnifico e il team di Leevia

«Aprire un’azienda a Singapore? Beh dovete mettere in conto almeno 24 ore, che nei casi più complicati possono diventare anche 48» questo ci ha detto, con sorriso sulle labbra, Renato Sirtori di STMicroelectronics.  che vivendo qui dagli anni sessanta ha visto di persona la nascita del miracolo economico. Lui non ha alcuna difficoltà ad elencare i tanti motivi per i quali la scelta di ST di aprire qui gli stabilimenti cinquanta anni fa fu decisamente azzeccata. E ancora oggi nella presentazione alla quale abbiamo assistito di motivazioni ce ne vengono indicate parecchie: politica stabile e pro-business, eccellenti infrastrutture, posizione geografica strategica, disponibilità di talenti, protezione brevettuale e, cosa non da poco, presenza nel territorio delle filiali di praticamente tutti i fornitori e clienti interessanti per l’azienda. La stessa opinione ci è stata confermata da Pasquale Pistorio, lo storico CEO che trasformò la vecchia SGS di proprietà pubblica (e in costante perdita) in una multinazionale leader nel mercato della microelettronica: «Quando sono venuto qui la prima volta negli anni ’80 sono rimasto stupito dall’attenzione che si dava all’educazione dei bambini nelle scuole. E dire che io venivo dagli USA dove lavoravo per Motorola – ci racconta. – Oggi Singapore rimane il posto migliore dal quale fare innovazione e business in Asia, ma il costo della manodopera qualificata con un tasso di disoccupazione inferiore al 2% è ovviamente molto più alto».

Dopo aver visitato (vestiti come astronauti) i loro impianti di produzione dei micro chip in silicio, ci siamo trasferiti nella modernissima sede di “Create” (Campus for Research Excellence and Technological Enterprise) il centro multi-disciplinare ed inter-disciplinare finanziato dalla National Research Foundation all’interno del campus della NUS. In pratica il cuore pulsante del modello economico della città stato. E qui infatti che si definiscono le politiche a lungo termine sulla ricerca e i piani di investimento del governo (un miliardo di dollari per il quinquennio!).

L’aspetto più entusiasmante di Create, almeno per chi opera in campo accademico, è la possibilità di vedere nello stesso edificio i laboratori di ben dieci diverse università, scelte tra le migliori del mondo. Dall’MIT (SMART, Singapore-MIT Alliance for Research and Technology) al Technion, da Cambridge a Berkeley, insieme agli atenei di Pechino, Monaco e Zurigo. Ogni laboratorio ha il suo specifico progetto di ricerca, finanziato dal governo di Singapore in partnership con una delle università locali. Abbiamo parlato con un ricercatore che ci ha spiegato il progetto “Building Efficiency and Sustainability in the Tropics” e abbiamo intravisto le ricerche sulla electro-mobility della Technical University di Monaco. Molti locali sono ancora in fase di allestimento, ma si capisce che non si è risparmiato nulla per offrire il meglio dell’innovazione e dei servizi.

_MG_9001

Nel complesso stringe il cuore pensare alla distanza siderale tra questo Paese (che cinquanta anni fa viveva di sola pesca) e il nostro, che pur essendo ancora una delle potenze economiche mondiali,  non ha ancora capito che senza un impegno nell’innovazione non ci sarà un futuro per le nostre aziende. «Avevo proposto al governo italiano il mio piano nazionale per la ricerca privata, una piattaforma che prendeva spunto dalle best practice mondiali. A Bersani era piaciuto molto. Peccato che alla fine i governi successivi lo hanno messo nel cassetto» ha commentato Pistorio.

Unica consolazione della nostra piccola delegazione di italiani è stato l’incontro nella caffetteria del campus con due giovanissimi studenti di computer science olandesi, impegnati nel programmare (tra un frappuccino di Starbucks e un the) una scheda Arduino per il loro esame di elettronica.

Leggi anche le puntate precedenti