Just fucking do it! E’ il segreto per cambiare davvero le cose

Finisce lo study tour di InnovAction Lab a Singapore. Il sud-est asiatico è il vero centro del mondo per tasso di crescita dell’economia: ecco il vero segreto per creare una startup city

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A Singapore quello che conta, più che le discussioni e i progetti, è fare in modo che le cose si facciano. Un tipo di atteggiamento ben sintetizzato dal nome dell’incubatore JFDI che ufficialmente starebbe per “Joyful Frog Digital Incubator” ma che nel gergo internet significa “just fucking do it”! I fondatori di JFDI hanno adottato il modello del californiano Y-Combinator e ricevono circa 300 proposte di startup/idee per ogni batch di accelerazione. Anche loro hanno base a Block71 (Blk71),  un ex edificio industriale che doveva essere demolito qualche anno fa e che ora invece, ristrutturato a spese del governo, ospita buona parte dell’ecosistema delle startup. «Per essere incubati da noi fanno domanda anche americani, europei e imprenditori di qualunque parte del mondo – ci spiega Ong Chiah Li, partner di JFDI. – Nella selezione però, cerchiamo di privilegiare le proposte che vanno incontro alle esigenze dei nostri mercati regionali. E’ successo per esempio che una startup fintech di filippini della Silicon Valley che dopo il periodo di accelerazione presso di noi, si è costituita qua a Singapore per servire i mercati locali delle rimesse».

I team selezionati da JFDI vengono ospitati per 100 giorni  e ricevono tutoraggio, mentoring e possibilità di networking con tutta la comunità locale, grazie anche alle numerose partnership (ultima delle quali con l’agenzia governativa, IDA – Infocomm Development Authority). Con circa 50 advisor, i partner di JFDI investono su ogni startup 25.000 dollari più 150.000 in servizi, ricevendo in cambio di una quota che varia tra il 5% ed il 20%. Siamo stati invitati alla loro “open house” del venerdì sera, evento ormai consolidato sia per chi gravita su Blk71 sia per chi viene da fuori e che, oltre all’eccellente caffè espresso (specialità della casa), è interessato  all’ecosistema delle startup. Si tratta di investitori, imprenditori e anche giornalisti, come Bianca Bosker, executive tech director dell’Huffington Post di New York, che abbiamo incrociato durante il suo tour degli ecosistemi asiatici.

Stando sul posto abbiamo anche visitato GSC – la Games Solution Center : un’altra iniziativa presente a Blk71, orientata ai fanatici del gaming. Si tratta di un incubatore verticale, supportato dalla MDA (Media Development Authority of Singapore) e gestito dalla Nanyang Polytech. In pratica è un one-stop-shop per sviluppatori e startupper incentrati sullo sviluppo di giochi. La sede offre anche accesso e supporto tecnico a PlayStation Development Kits. Ci hanno detto che è il primo caso di “PlayStation Incubator” della regione. Jason Yap, “Producer” del centro GSC, ci ha illustrato la “stringa” di giochi di successo che sono usciti da lì, grazie anche all’assistenza della “Singapore Game Box”, altra iniziativa della MDA, che promuove giochi sviluppati nel paese.

 Per caso, abbiamo incontrato Henry Wong, Venture Partner di Garage Technology Ventures (quello di Guy Kawasaki per intenderci) che ci ha spiegato che esistono tante culture “verticali”, una per ogni paese, che si intersecano con una cultura orizzontale, quella delle startup. «Ecco perché qui a Singapore puoi trovare lo stesso tipo di persone e le stesse opportunità che ci sono in altre parti del mondo e nei principali ecosistemi». Tuttavia, secondo Wong, il sud-est asiatico è ormai il vero centro del mondo per tasso di crescita dell’economia e opportunità imprenditoriali. In particolare – ci hanno detto alla SBF – Singapore Business Federation – la città stato è interessata ad accogliere startup non capital-intensive e land-intensive (lo spazio libero ormai è limitato) ossia le startup ICT related, biotech e i cosiddetti “techno-preneurs”.

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La morale del nostro viaggio a Singapore? Abbiamo capito che non serve perdere tempo nel ragionare sul cosa e sul come debba essere costruito un ecosistema startup. Il modello alla fine è sempre lo stesso, da Singapore al Cile, dal Brunei a Varsavia, dalla Corea del Sud alla Norvegia. Ovvero un mix di pubblico-privato, lungo tutta la filiera a cominciare dalla scuola fino alla creazione dei mercati attraverso le infrastrutture e la finanza, dove il pubblico si fa spesso carico dei costi:

a) della crescita del bacino dei talenti attraverso il sistema educativo;

b) dei costi infrastrutturali in cui vengono ospitati gli stakeholder dell’ecosistema;

c) degli incentivi finanziari per attirare i venture capitalist.

 A questo punto, come ci insegna InnovAction Lab, basta pensare, agiamo: Just fucking do it!

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