Il nuovo umanesimo dell’era digitale

La tecnologia deve avvalersi anche delle materie umanistiche per innovare veramente. Anche il programma europeo Horizon2020 lascia ampio spazio alle scienze umane. Ecco perché sono così importanti

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La multidisciplinarietà e il dialogo tra materie scientifiche, tecniche e umanistiche sono fondamentali per garantire che qualsiasi nuova soluzione o servizio possa attecchire in maniera durevole nelle dinamiche sociali e in tutti quei processi che con difficoltà si possono rinchiudere all’interno di previsioni statistiche (interessante a proposito l’articolo “Umanisti, il vero motore dell’innovazione”).

Ovviamente non si tratta di una questione formale di “pari opportunità” tra le discipline del sapere, ma della capacità di offrire una visione completa, ad ampio raggio e a lungo termine dell’impatto (sociale, ambientale, economico) della nostra soluzione. Anche l’accezione di “innovazione” si arricchisce di nuovi ingredienti, spostando il focus dall’evoluzione tecnologica – tipica del modello economico e produttivo dei decenni scorsi – a processi, interazioni umane, stili di vita, e ricombinazioni inedite di elementi esistenti.

Questo tentativo di superare la distanza tra scienze dure e “soft” è fortemente supportato a livello europeo per quanto riguarda i finanziamenti alla ricerca e all’innovazione, e ne è la prova il modo in cui hanno trovato spazio, nel programma Horizon 2020 (il nuovo programma quadro settennale per la ricerca e l’innovazione), i temi collegati all’ICT e alle scienze sociali e umane (social science and humanities – SSH).

Rispetto al programma precedente, il bandi per l’ICT sono stati fortemente ridimensionati, limitandosi ora ad accogliere azioni prettamente connesse allo sviluppo tecnologico ed escludendo tutte le applicazioni in ambiti specifici, come salute, inclusione sociale, energia, smart government, smart cities. Sì, perché queste ultime attività trovano ora spazio direttamente nei bandi dedicati alle sfide sociali: una scelta nata dalla necessità di riconoscere quanto le nuove tecnologie abbiano ormai permeato la nostra quotidianità e rotto gli argini col supporto tecnologico che utilizziamo, diventando di fatto un fattore abilitante e trasversale, un supporto all’azione e al pensiero sempre più integrato, e invisibile.

Simmetricamente, il programma specifico per le scienze sociali e umano è stato eliminato, e la dimensione SSH “spalmata” su tutto il programma per sottolineare il suo ruolo trasversale nei confronti di qualsiasi esplorazione in ambito scientifico e/o tecnologico. Una scelta nata dalla necessità di acquisire maggiore consapevolezza sugli effetti a breve e lungo termine di soluzioni tecnologiche pervasive a livello individuale o di organizzazione sociale. Più di 150 topic nel programma Horizon2020, ovvero circa il 20% del totale, sono classificati come rilevanti nel settore SSH, e in alcuni di essi la creazione di un team multidisciplinare è considerato condizione necessaria per ottenere il finanziamento, aprendo le porte ad attori appartenenti a settori completamente differenti rispetto all’audience del passato. Largo quindi a psicologia, scienze cognitive, linguistica, sociologia, antropologia, o studi dei media, dei processi culturali e comportamentali.

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Ma cosa vuol dire integrare un approccio “SSH” a livello di ricerca?

E nell’ambito specifico della transizione digitale, cosa si intende per dimensione sociologica e umanistica? Siamo abituati a sentire che le tecnologie, i social media e i social network stanno modificando il modo in cui pensiamo, apprendiamo e memorizziamo, ci relazioniamo e socializziamo, percepiamo il mondo e gli oggetti che ci circondano, con dirette conseguenze anche su modelli produttivi, lavorativi o governativi. Ma se dovessimo individuare domande e dimensioni specifiche e concrete della nostra identità e quotidianità che subiscono i mutamenti più significativi, quali sarebbero?

Questa domanda sta alla base del topic “Human-centric Digital Age“, nel capitolo “azioni orizzontali” del programma ICT (pag. 67, bando con scadenza 23 aprile 2014), che si propone di sviluppare maggiore consapevolezza e spirito critico sulle dinamiche socio-umanistiche collegate alla transizione digitale, ovvero su come ICT e società si influenzano a vicenda, per comprendere meglio natura e conseguenze di questi cambiamenti.

L’obiettivo finale è supportare l’integrazione di tali risultati nei cicli di sviluppo e dispiegamento delle soluzioni tecnologiche, così come nelle attività politiche e di regolamentazione nei settori dall’Agenda digitale europea. Di seguito una lista di questioni aperte, a partire dalle domande sollevate dalla Commissione europea.

I nostri cinque sensi sono messi alla prova e portati all’estremo da esperienze di realtà aumentata, mentre i confini tra mondo online, offline, reale e virtuale si affievoliscono. In che cosa questo influenza la nostra vita?

La struttura delle reti neuronali e l’intensità dell’attività celebrale sono modificate dalla dimensione online: il dibattito è aperto sulla capacità del web di renderci più o meno intelligenti, come dimostrano le tesi (opposte o complementari?) di Howard Rheingold Nicholas Carr. Si tratta di capire come cambino le strutture cognitive – il modo in cui organizziamo la conoscenza – e le capacità cognitive, come concentrazione, attenzione, e apprendimento, nel far fronte al sovraccarico informativo; o come le modalità di memorizzazione si trasformino, passando da un modello incentrato sulla singola informazione e sull’erudizione a uno capace di registrare percorsi, canali, strutture e link.

Quale tipo di intelligenza e abilità di ragionamento vengono stimolate nel passaggio da un modello di comunicazione prettamente scritto e verbale (e quindi lineare) a uno organizzato per ipertesti e dove immagine e video si ritagliano sempre più spazio rispetto al testo?

Ci sono poi gli aspetti pragmatici del linguaggio, legati alla scelta della modalità di comunicazione (sincrona o asincrona, scritta o parlata) tra email, chat, sms, e video chiamate: una serie di scelte che giustifichiamo spesso in base al carattere e al gusto di ognuno, ma che in realtà influiscono in prima istanza sulla costruzione di identità e  competenze sociali. Le conversazioni in tempo reale diminuiscono a favore di modalità asincrone, che garantiscano il pieno controllo delle parole o la perfettibilità della nostra presenza online. Parallelamente, infatti, cresce sempre più l’importanza della reputazione online nella costruzione della nostra identità, e l’influenza dei network di appartenenza, per imitazione, sul nostro comportamento.

«Connettersi non vuol dire conversare, e si conosce una persona solo tramite la conversazione [in tempo reale]» – spiega la psicologa Sherry Turkle in un’affascinante TED Talk e nel suo libro “Alone together“, mettendo in luce le contraddizioni tra un “self” aumentato e in costante rete attiva di relazioni, e un crescente isolamento in termini di empatia o costruzione dell’intimità. Questo triplo movimento tra moltiplicazione delle possibilità, necessità di connessione, e paura dell’intimità, è anche alla base del best-seller di Zygmun Bauman, “Amore liquido” che analizza la crescente fragilità dei legami affettivi nel contesto della società “liquida”, certamente più ampio di quello della tecnologia, ma strettamente connessovi.

E ancora, aspetti psicologici legati alla risposta emotiva quali lo stress per iper-sollecitazione, il senso di ansia legato al fatto di essere o meno connessi, o la capacità di coltivare motivazione e resilienza in un contesto che ci abitua alla gratificazione istantanea del “click”.

Se ci si sposta invece a livello macro-sociale, si nota come i valori tipici dei modelli organizzativi e di comunicazione online – collaborazione, trasparenza, informalità e organizzazione orizzontale, disintermediazione, interattività e partecipazione, flessibilità – stiano progressivamente entrando nella cultura operativa di ognuno, fino a influenzare le aspettative dei cittadini circa responsabilità e ruoli di governi o multinazionali, e quindi tutta struttura sociale e organizzativa (a proposito, si legga “MacroWikinomics”, di Don Tapscott).

Le ICT ci stanno inoltre spingendo a ripensare il ruolo dell’essere umano nei futuri sistemi produttivi e lavorativi, dove l’automatizzazione oltre al lavoro manuale sta investendo progressivamente anche le attività intellettuali, comprese quelle meno semplici e routinarie. Quali quindi le abilità e le qualità intellettive inimitabili su cui si baserà in futuro il contributo umano? Creatività, persuasione, ironia, capacità di gestire l’imprevisto? Interessante a riguardo questo articolo di Annamaria Testa, uno studio della Oxford Martin School sul futuro dell’impiego e il best seller di Richard Florida “The Rise of the Creative Class”.

E infine, come tutto ciò influirà sulla regolamentazione del comportamento online? Quali direzioni dovrà seguire il legislatore a riguardo? Si sa ad esempio che la nozione di privacy e di ciò che rientra o meno nella sfera del pubblico/privato è destinata a cambiare, come del resto ha sempre fatto, in maniera progressiva e importante, nella storia dell’umanità.

La capacità di analizzare e individuare chiaramente secondo quali logiche – o semplicemente dinamiche, dato che si parla in larga parte di identità, sentimenti, emozioni, risposte istintive – deve essere molto più di un esercizio intellettuale e di supporto. È infatti proprio tramite queste informazioni che capiremo per cosa, in che modo, e fino a che punto le ICT potranno esserci di reale e utile supporto, o come le norme dovranno essere ripensate, capaci di riconoscere quei cambiamenti che rientrano in processi umani e in un respiro temporale ben più ampio che un paio di decenni.

Un ultimo consiglio infine, questa volta nostrano: di Giuliano da Empoli, “Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo“, di cui è disponibile anche una recensione di Luca de Biase.