Perché solo investendo nei FabLab si può innovare la manifattura italiana

Sono 42 in giro in Italia e continuano a diffondersi. Qualcuno dice che siano le basi per la terza rivoluzione industriale. Ecco perché il nostro Paese deve ripartire con i FabLab

Il fenomeno FabLab è entrato nelle nostre vite in modo rapido e prorompente così che la sua espansione ha generato un vero e proprio movimento economico e sociale. Oggi i dibattiti sui FabLab, sui maker e sulla digital fabrication, sono sempre più frequenti e hanno portato molti studiosi ed economisti a pensare che tale movimento potrebbe tradursi o per lo meno potrebbe mettere le basi per una terza rivoluzione industriale.  Ma soprattutto l’idea che si è diffusa è che questo movimento possa rappresentare il trampolino di lancio per uno sviluppo tecnologico-economico-sociale a livello globale.

COS’E’ UN FABLAB

La nascita dei FabLab si deve a Neil Gershenfeld docente presso il MIT, che realizzò il primo nel’Est degli Stati Uniti, proseguendo le logiche di Chris Anderson (direttore di Wired US, ndr) e riuscendo a creare quelle che Anderson chiamava le garage companies.

spqwork

Il termine deriva dall’inglese fabrication laboratory, e sono delle vere e proprie officine di fabbricazione digitale che forniscono dei servizi personalizzati a tutti gli utenti permettendo cosi la produzione di qualsiasi tipo di oggetto dal virtuale al reale. In modo più pratico possono essere intesi come dei laboratori di ricerca e innovazione in scala ridotta, dotati di tecnologie e strumenti avanzati e sofisticati come stampanti 3D, tagliatrici laser, fresatrici a controllo numerico e altro ancora, tutto controllato dai computer e permettendo cosi di realizzare progetti di digital fabrication, cioè tutte quelle attività che trasformano dati e informazioni in oggetti reali e viceversa.

Per non cadere in errore o confusione è importante conoscere la vera ”Logica FabLab”, ovvero: questi laboratori di ricerca e innovazione in scala ridotta non nascono per competere con la produzione di massa e le relative economie di scala, ma anzi nascono come prerogativa della produzione di massa perché sono centri dove fare sperimentazione e realizzare prototipi a basso costo. In poche parole i FabLab non producono beni per il consumo, ma creano  e realizzano nuovi prodotti partendo da idee e bisogni.

FABLAB COME FUTURO

La diffusione dei FabLab sta creando nuovi modelli di progettazione e sta anche cambiando il modo di produrre, di pensare e innovare.  L’obiettivo è cambiare il vecchio modo di fare le cose, che richiedeva di prendere le varie parti di un prodotto e avvitarle o saldarle insieme, comportando tempo per l’assemblaggio e quindi più costi. Ora un prodotto può essere progettato su un computer e realizzato subito mediante le tecnologie dei FabLab, perfino le modifiche del prodotto stesso sono rapidissime: basta modificare il disegno digitale con pochi clic del mouse. Di conseguenza anche le filiere di fornitura cambieranno, perché se prendiamo in esempio un ingegnere che ha bisogno di un determinato pezzo o strumento non deve aspettare di ordinarlo per poi riceverlo dopo parecchi giorni, può semplicemente scaricare il disegno digitale e stampare il prodotto. Queste attività però rappresentano la fabbrica del futuro, perché sono troppo complesse perché siano gestite da una fabbrica tradizionale.

I dati che emergono oggi ci dimostrano come l’Italia abbia capito l’importanza di questi centri di innovazione. E’ fondamentale soprattutto per una nazione come la nostra, caratterizzata da una forte struttura manifatturiera che potrebbe aiutare il nostro sistema economico, come è già avvenuto in passato quando la manifattura Made in Italy era il motore della nostra economia.

In Italia questi spazi per l’innovazione sono diventati almeno 42, anche se non tutti posso essere individuati come FabLab veri e propri, alcuni sono associazioni di promozione. La loro diffusione è davvero impressionante se si pensa che tutto si è sviluppato a partire dal 2011 con la nascita del primo FabLab a Torino che ha dato il via a tutti gli altri diffondendosi in tutta la nazione.

Per osservare la distribuzione nazionale e vedere come siano diffusi a livello regionale basta consultare la mappa realizzata da Davide Mancio che riporta tutti i FabLab censiti da Giulio Caresio.

Questa diffusione si deve anche al fatto che l’Italia è un paese con una forte presenza di imprese manifatturiere che ottengono enormi risultati dall’export, infatti il Made in Italy e il suo export ha una quota pari al 30% sul nostro PIL. Per questo dovremmo essere i primi a cogliere l’importanza della digitalizzazione della manifattura artigianale; potremmo esprimere la nostra forza investendo in innovazione, digitalizzando le attività di produzione e servizi e fortificando il capitale umano.

Solo l’innovazione può realizzare contemporaneamente:

– Maggiore competitività per le imprese;

– Creazione di posti di lavoro;

– Sostenibilità della finanza pubblica.

Questo perché l‘innovazione è uno dei fattori fondamentali che contribuisce alla crescita economica e sociale di ogni paese, introducendo nuove tecnologie, nuovi servizi e nuovi processi produttivi. Ciò non genera valore solo per le imprese che adottano tale processo innovativo ma per tutto il Paese.

L’ITALIA E L’INNOVAZIONE

Tutti siamo a conoscenza della scarsa propensione dell’Italia ad investire risorse nell’attività di ricerca e sviluppo, e gli studi insieme ai risultati statistici dimostrano in modo concreto il poco impegno del nostro paese in attività innovative. Di seguito vengono riportati i dati elaborati dall’OECD e aggiornati a marzo 2014 che indicano la spesa in ricerca e sviluppo nei paesi membri dell’Unione Europea relativi agli anni 2009-2010-2011:

Spesa per R&S, nei Paesi membri dell’UE

(milioni di euro, incidenza percentuale sul totale UE e sul PIL)

TabellaNadotti

La parte della tabella che ci interessa riguarda la terza colonna di ogni anno, che indica la percentuale di spesa in R&S in rapporto all’intero PIL di una nazione. Vediamo che l’Italia ha una spesa pari a 1,25% del suo PIL nel 2011, questo è un dato negativo perché è il più basso tra tutte le nazioni sviluppate come Germania 2,84%; Francia 2,25%; Finlandia 3,78%; Svezia 3,37%. Ma il dato più sconcertante è che tale livello di spesa in R&S è più basso anche di altre nazioni che hanno un livello di sviluppo minore, come Portogallo 1,50%; Lussemburgo 1,43%; Irlanda 1,72%. Lo scarso impiego di risorse per lo sviluppo e l’innovazione rappresenta per l’Italia una vera e propria zavorra alla crescita economica, perché oggi i sistemi economici richiedono prodotti e processi sempre nuovi e innovati in modo da creare nuovi mercati e nuovi bisogni rendendo il sistema economico più dinamico generando sviluppo e crescita.

La carente attività innovativa italiana deriva fondamentalmente da due fattori:

1) La composizione settoriale dell’industria italiana di tipo low-tech basata su produzioni tradizionali dove l’innovazione deriva solo dall’esperienza, e che comporta cosi una spesa in R&S minore rispetto ad una nazione di tipo high- tech.

2) Dimensione medio/piccola delle imprese dell’industria italiana, che sono così più avverse a investire risorse nell’attività innovativa. Questo perché non sono dotate di figure professionali idonee, non hanno le risorse finanziarie necessarie per farlo senza minare la loro stabilità, inoltre non possono ottenere le risorse necessarie dal mercato finanziario perché l’attività innovativa è un’attività incerta ed molto rischiosa.

La composizione e concentrazione di questi due fenomeni genera in Italia l’assenza di grandi centri di ricerca o di innovazione che determinano così bassi tassi di crescita e ridotta capacità di ripresa economica. Senza innovazione non possiamo creare nuovi prodotti o nuovi processi in modo da poter modificare il nostro sistema economico e produttivo, rimanendo così condannati ad una economia stagnante senza margine di crescita.

Ecco perché per il nostro Paese dovrebbe puntare sui FabLab: la loro struttura potrebbe rappresentare la soluzione per poter introdurre nel nostro Paese nuovi processi innovativi, permettendo a tutti di poter effettuare attività di ricerca senza dover sborsare ingenti capitali. I nuovi prodotti e i nuovi processi produttivi farebbero fermentare i tassi di crescita riuscendo a smuovere l’economia.

Inoltre questi laboratori di ricerca ci danno la possibilità di poter sfruttare di nuovo l’eccellenza del nostro artigianato che da sempre è stata la forza motrice della nostra economia, ma anche l’unica forza che ci ha fatto superare i momenti di crisi passati. E chissà che non ci riesca anche questa volta.