Imprese e startup: questo matrimonio s’ha da fare

La forza del sistema industriale italiano risiede nelle piccole imprese. Ecco perché è assolutamente necessario che ci sia una contaminazione di competenze e tecnologie tra PMI e startup

maiolini

È ormai chiaro a molti che il termine startup rischia di creare tanti fraintendimenti. La maggior parte delle innovazioni proposte dagli startupper, infatti sono spesso – nel migliore dei casi – nuove “feature” di prodotti già esistenti; più raramente veri e propri nuovi prodotti;  quasi mai nuove aziende nel senso pieno del termine. Questa distribuzione di frequenza non è di per sé un problema; anzi. A patto però di esserne consapevoli e di considerare che nel mondo dell’innovazione esistono tanti tipi diversi di ecosistema, fra cui quelli territoriali, quelli settoriali e quelli aziendali.

Per farla breve, la gran parte degli slanci innovativi producono valore se – e solo se – si adotta la prospettiva del “plug in” della startup (non per forza una vera e propria nuova impresa) nei processi tecnologici e di marketing di imprese incumbent, siano esse grandi, medie o piccole.

Del resto questa prospettiva è coerente con l’ormai dominante logica della sperimentazione e degli ecosistemi strategici, che vedono le aziende incumbent orientate alla crescita secondo modelli strutturati di collaborazione e “collective development” all’interno di un ecosistema di attori variegati, con gli startupper in testa.

In questi ecosistemi, ogni player ha un suo ruolo nel quale si configurano impegni, responsabilità e obiettivi specifici, ma tutti sono orientati a un passaggio fluido di conoscenza e valore fra un attore e l’altro, creando una morfologia che sempre più spesso evolve secondo i caratteri proprio di un’impresa-guida.

Un processo del genere in una realtà come quella italiana – caratterizzata dalla presenza di un numero elevato di PMI, dall’esistenza di distretti industriali e grandi aziende che comunque lavorano con una fitta rete di piccole realtà locali – diventa decisivo e può rappresentare la vera fonte di vantaggio competitivo per il nostro Paese.

Non bisogna guardare e sostenere quindi soltanto le startup che ambiscono a diventare aziende, ma sempre di più anche quelle che una volta messo a punto tecnologia e value proposition possono agevolmente – e pure utilmente – avere un exit in formato plug-in, a sostegno di un ecosistema industriale territoriale o settoriale.

L’utilità di tali processi è duplice: dal lato della startup significa acquisire in poco tempo risorse, sia economiche sia di competenze, spesso complementari (tipicamente quelle commerciali e manageriali, carenti nel team dei founder) e però fondamentali per fare il salto di qualità nell’execution; dall’altro lato, per le aziende che si avvicinano alle startup significa aumentare il loro portafoglio di opzioni di sviluppo o direttamente il portafoglio d’offerta, rigenerando il business model o accrescendo il valore aggiunto.

Secondo quanto dichiarato recentemente da Franck Cohen (Presidente Sap EMEA) la forza del sistema industriale italiano risiede nelle piccole imprese, che grazie al loro dinamismo rappresentano una importante fonte di innovazione per le grandi aziende. E’ auspicabile quindi che la forza delle startup si innesti su quella delle piccole imprese, e poi a catena in quelle medie e grandi.

A  fronte di quasi due mila startup e ventuno incubatori certificati  (le startup effettive sono almeno il triplo) sono ancora pochi gli eventi di inteconnessione con il mondo delle imprese. E mentre alcuni grandi player si sono autorganizzati i loro programmi di corporate entrepreneuship (Wind Business Factor, Working Capital di Telecom e ENEL Lab).

Tutto il mondo delle PMI è ben lontano dal sistema di acquiring che alimenta il processo innovativo e del plug-in.

L’Unione europea ha avviato un programma di supporto per infittire le relazioni fra startup e sistema  industriale. Il programma europeo, nasce per favorire lo sviluppo di un ecosistema di attori che operino nel mondo delle startup ad alta innovazione tecnologica: un ponte tra il mondo delle startup e quello delle grandi imprese (europee e non). Il modello può funzionare solo se si abbandonano i confini di un singolo stato e si ragiona in ottica mondiale: un sistema in cui si nasce local ma si cresce global.

Il mondo delle startup italiano è un mondo ancora in divenire; gli attori ci sono ma sono ancora in qualche modo scollegati tra di loro. La maggior parte delle startup si trova in una fase di early stage o di incubazione.

E’ questo quindi il momento di accelerare sulla creazione di eventi e occasioni di connessione fra imprese incumbent e startup. Le prime quindi sono da stanare; le seconde da “educare”  a non sognare per forza l’IPO ma anche un onesto – e a volte molto profittevole – innesto in realtà di business già esistenti.

Un recente contributo di ricerca rileva che le organizzazioni che sviluppano un programma di venture capital interno, hanno elevate possibilità di sviluppare una performance maggiore in termini di attività di ricerca e sviluppo, nei confronti dei loro competitor (Benson e Ziedonis, 2008). Questo è dovuto al fatto che attraverso un sistema di corporate venture si selezionano competenze e know-how specifici e pronti (o quasi) a essere assorbiti in un’azienda.

Lo step successivo riguarda la decisione strategica di acquisire totalmente la startup o continuare a impostare la relazione tra i due soggetti come se si trattasse di una partnership, immaginando, per esempio, la costituzione di una rete di imprese o altre forme di collaborazione strutturate.

In conclusione, prendendo spunto da una recente dichiarazione della Senatrice e Professoressa Elena Cattaneo«Negli anni della scienza condivisa il capitale umano è la vera ricchezza» al quale è necessario aggiungere un capitale relazionale, ma soprattutto la capacità di superare vincoli mentali di chiusura e optare per modelli collaborativi e di rete.

Suggerimenti Bibliografici

Benson, D., & Ziedonis, R. H. (2009). Corporate venture capital as a window on new technologies: implications for the performance of corporate investors when acquiring startups. Organization Science, 20(2), 329-351.

Englis, P. D., Wakkee, I., & Van Der Sijde, P. (2007). Knowledge and networks in the global startup process. International Journal of Knowledge Management Studies, 1(3), 497-514.

 

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