Perché Ennova è la migliore startup dell’anno secondo noi

270 addetti, di cui 35 nel settore Ricerca e Sviluppo. Ennova dimostra come network, capitale di rischio e incubazione possono essere combinati in maniera vincente

I3PNon ci sono solo le grandi “exit” verso l’estero. Ci sono anche startup italiane che crescono, e molto, in modo organico. In I3P, l’incubatore del Politecnico di Torino, abbiamo festeggiato la “festa delle imprese”:  abbiamo accolto chi è entrato nell’anno (27 startup: un record), salutato le 10 startup che usciranno dopo tre anni di incubazione e, tra queste, abbiamo premiato la “startup dell’anno”, cioè quella che ha registrato i risultati migliori.

Quest’anno abbiamo premiato Ennova, nata tre anni fa da due fondatori, e che oggi è un gruppo che conta 270 addetti (non sto scherzando, il numero è proprio duecentosettanta), di cui 35 impegnati in Ricerca e Sviluppo. Ennova ha in un certo senso reinventato i servizi di customer care adeguandoli a un mondo “mobile”, nel quale smartphone e tablet sono diventati nostri inseparabili compagni di vita. Quello che tradizionalmente si faceva passando per call center oscuri e poco efficaci per noi clienti (e molto costosi per il fornitore di servizi), con le soluzioni di Ennova viene fatto in modalità multicanale appoggiandosi ad app dedicate, basate su una piattaforma comune. In particolare, con la soluzione MyHD, il call center può accedere “in remoto” alla configurazione dei device, e risolvere i relativi problemi tecnici anche se l’utente non è tecnicamente in grado di muoversi nei meandri dei relativi menu. Queste soluzioni sono state adottate per gestire le relazioni con i clienti non solo dai principali operatori di telefonia mobile, ma anche da altri service provider, come ad esempio le utilities.

Cosa ci dice questa straordinaria storia di successo?

Innanzitutto, ha confermato la mia convinzione che un incubatore universitario non è solo creato affinché “la ricerca diventi imprenditoria”, ma ha anche la missione di far sì che “l’imprenditoria incontri la ricerca”. Il mio primo incontro con Ennova risale a tre anni fa, quando in I3P arrivarono i due fondatori: Fiorenzo Codognotto, un imprenditore che aveva già avuto importanti esperienze nel settore, e Michele Scarici, che oggi è AD della società. Insieme all’idea imprenditoriale, avevano con sé un bagaglio più ricco di quello di cui le startup sono normalmente dotate, e cioè un importante network maturato dalle precedenti esperienze e il capitale di rischio necessario per partire. Però, bisognava sviluppare la tecnologia superando problemi assai complessi e che molti ritenevano insormontabili. Bisognava riuscire a presentare ai clienti soluzioni innovative, che fossero convincenti nella value proposition e credibili dal punto di vista dell’affidabilità a livello industriale. Come incubatore li abbiamo aiutati in tutto ciò, lavorando sul business model e creando relazioni sia con i ricercatori del Politecnico di Torino che con altre imprese del nostro network, e i risultati non sono tardati a venire. Ennova sarebbe riuscita a crescere anche senza il supporto dell’incubatore? Probabilmente sì. Ma, come ci hanno più volte detto i founder, non con la stessa velocità, e faticando assai di più nel convincere i clienti della validità delle loro soluzioni.

In secondo luogo, questa esperienza mi ha ricordato che non dobbiamo troppo innamorarci del modello della startup che viene fondata, e finanziata da Business Angel prima e da Venture Capitalist poi, con seguito di gloriosa “exit”. Non fraintendetemi. Questo modello va benissimo, e ne vorrei vedere molti più casi nel nostro Paese. Però, non è il solo possibile. Un po’ per l’indole di molti nostri imprenditori, poco inclini a vendere (in particolare se e quando lo vuole il Venture Capitalist), un po’ perché in Italia i potenziali buyer scarseggiano, dobbiamo accettare che le startup possano diventare “semplicemente” medie e grandi imprese. E’ chiaro che, in questo caso, bisogna anche ripensare i modelli di finanziamento: servono azionisti con orizzonti temporali diversi, orientati a ricercare dividendi anziché plusvalenze. E poi, serve il finanziamento di debito, aiutando le banche a “leggere” le startup guardando non ai bilanci passati, ma alle prospettive di crescita. Un compito che è evidentemente vicino al “mestiere” dell’incubatore. Non so se questo possa diventare un “modello italiano” per le nostre startup, ma vale sicuramente la pena di pensarci.

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